IL FURTO
Racconto di Mauro Bighin
Natale 2025
Lo aveva sempre fatto sin da quando era bambino, ma ora che era pensionato poteva dedicarsi alla sua grande passione. Ogni anno s’inventava qualcosa di nuovo e cominciava presto a costruire la sua imponente messa in scena. Lui era un creatore di presepi e si considerava quasi un artista nel genere. Non faceva mai nulla di banale, con scenografie sempre più belle e statuine sempre originali.
Solo una cosa non cambiava mai, quel Bambino Gesù che ormai troppi anni prima il suo caro papà gli aveva portato da un viaggio di lavoro. Uno di quelli che, al guardarlo, ti si apriva il cuore: con uno sguardo tenero di bimbo e un sorriso appena accennato che mostrava tutta la pazienza misericordiosa di un Dio.
Riccioli biondi incoronavano la testolina paffuta e gli occhi azzurri di un angelo. Lo sapeva che in Palestina gli occhi azzurri erano cosa piuttosto rara, ma non gli importava. Per lui un Bambino Gesù non poteva essere diverso.
Lo aveva amato fin dal momento in cui il papà gliel’aveva consegnato e ricordava con profonda commozione la prima volta che lo aveva deposto nella culla di paglia. Tutto intorno a lui cambiava ma quella statuina era sempre al suo posto, insostituibile.

Anche quella volta si riteneva molto soddisfatto della sua creazione. Quella mattina non vedeva l’ora di entrare nella chiesa gelida in cui, ogni Natale, costruiva il suo presepe per presentare al mondo la sua opera, pieno di orgoglio.
La chiesa era ancora piuttosto buia e dalle vetrate colorate filtrava appena la tenue luce di una giornata nebbiosa e grigia.
Si avvicinò alla cappella in cui sistemava il presepe, ancora coperto da un drappo rosso per celarlo alla vista dei curiosi.
Amava quel momento in cui scioglieva il nodo dello spago che reggeva la tenda. Era come se aprisse se stesso al mondo, si rivelasse per quello che era e mostrasse a chiunque l’amore che metteva in quell’opera e nella vita.
Il paramento cadde ai piedi del presepe e la scena si aprì nuovamente davanti ai suoi occhi. Certo, l’aveva costruito lui in mesi di lavoro, ma vederlo così, di schianto e tutto insieme, era ogni volta per lui un’emozione come fosse sempre la prima volta.

All’inizio non ci fece nemmeno caso ma, dopo qualche istante di contemplazione, si accorse che c’era qualcosa che non andava. Fu sopraffatto da un brivido e da un dolore lancinante che, ripensò solo più avanti negli anni, doveva essere lo stesso dolore che una madre prova quando le viene annunciata la morte di un figlio.
Il Gesù Bambino non era al suo posto, la culla di paglia e legno era vuota.

Era certo di averlo messo al suo posto convinto com’era che, nonostante la tradizione volesse che il bimbo andasse adagiato nella culla la notte di Natale, un presepe non era tale senza il Bambino. Per cui non ebbe dubbi che si trattasse di qualcosa di davvero gravissimo: qualcuno lo aveva rubato.

Non si vergognava mai di piangere, cosa che gli accadeva sempre più spesso con l’avanzare dell’età. Anche quella volta, quando si rese conto che qualcuno aveva portato via il suo Bambino Gesù, non riuscì a trattenere le lacrime. 
Chi mai aveva potuto fare una cosa simile? E che cosa ne era del suo Bambino? Come avrebbe fatto? Non era mica facile sostituire una statuetta di quella fattura e che, comunque, non sarebbe mai stata come la sua.
Rimase in silenzio, sentendosi sopraffatto da un intimo senso di vuoto, quasi gli avessero rubato un pezzo della sua stessa vita.

Ne parlò con il parroco e la notizia si sparse in fretta per tutto il paese. Avevano rubato il Gesù Bambino e nessuno sapeva come poterlo trovare. Avrebbero dovuto sostituirlo con un altro entro la mezzanotte perché non si poteva certo celebrare la messa della notte di Natale accendendo le luci su un presepe privo del protagonista.

Dopo ore dalla drammatica scoperta, se ne stava seduto su una panca nella navata di fronte al suo presepe con le mani fra i capelli, ancora affranto. Pregava che la sua statuetta venisse trovata e tornasse al suo posto. 
In chiesa non c’era nessuno oltre a lui per cui trasalì quando sentì una voce di donna chiamare: “Mi scusi signore!”
Si voltò e vide una giovane donna che teneva la mano di un bambino che non aveva più di otto o nove anni.
“Mi scusi, è lei il costruttore di presepi?”
Lo colpì sentirsi chiamare così, come mai nessuno aveva fatto prima.
“Sì, sono io”, rispose con un filo di voce.
“Mi perdoni se la disturbo…”, proseguì la donna.
“Mi dica, come posso aiutarla?”
“Sono venuta a riportarle Gesù Bambino”.
Rimase stralunato e la giovane mamma se ne accorse.
“Sì, so che le hanno rubato la statua dal presepe e sono venuta a riportarla. Mi vergogno e mi scuso davvero per quanto è successo. E’ stato mio figlio a rubarla e le chiedo perdono per quello che ha fatto…”, mentre diceva queste cose, la donna aprì il cappotto e rivelò un fagotto di bende come quello in cui si custodivano una volta i bambini appena nati. Srotolò il telo e fece capolino la testolina del suo Bambin Gesù. Era proprio lui, lì davanti ai suoi occhi. La donna glielo porse con la delicatezza di una madre quando concede con timore ad altri di tenere tra le braccia il proprio figlio piccolo.
Si sentì riempire di gioia e accolse fra le sue braccia il Bambino. Non gli passò per la testa nemmeno per un attimo di rimproverarla o di sgridare il ragazzino. La cosa che importava era che il suo Bambin Gesù fosse tornato ed il suo presepe poteva potesse essere completato.
Scoprì interamente la statuetta fra le braccia, scostando la stoffa che lo copriva e poté ammirare di nuovo, in tutta la sua bellezza, quel bimbo paffutello e ricciolino che lo guardava con amore.
“Grazie!”, disse solamente.
“Davvero sono desolata di quanto accaduto ma mio figlio non voleva fare del male…”, notò in queste parole una trama di dolore che le avvolgeva, andando oltre la sofferenza per un capriccio di un figlio.
“Perché lo hai rubato?” chiese l’anziano con tutta la dolcezza che gli era possibile, rivolgendosi direttamente al bambino.
Egli non rispose subito, imbarazzato e pieno di vergogna. Finché la mamma con un semplice sguardo lo invitò a rispondere.
“L’ho rubato perché ne avevo bisogno”, disse tremante il ragazzino.
“Bisogno per cosa?”, replicò l’anziano.
“Lo dovevo portare a casa dal mio papà… L’ho messo sotto al suo cuscino perché lo guarisse… Perché mi hanno detto che Gesù salva ogni uomo e che è venuto per questo… Volevo che salvasse anche il mio papà…” e dopo queste parole non riuscì a trattenere le lacrime.
Anche la donna si abbandonò sommessamente al pianto, con tutta la dignità di madre e di sposa.

Il vecchio fu sopraffatto da così tanto amore. Fu come ricevere un regalo inaspettato che dava un senso a tutta la sua fatica di costruttore di presepi. Si rese conto in quell’istante che tutto quello che creava lo faceva certamente per passione, ma solo la sovrabbondanza di amore che quella mamma e quel figlio gli stavano testimoniando dava un senso vero al suo lavoro.

“Come si chiama il tuo papà?” chiese al bambino una volta che il suo pianto si calmò.
“Giuseppe”, rispose il ragazzino.
Tirò fuori il taccuino che portava sempre con sé per annotarsi le cose prima di dimenticarle, cosa che sempre più spesso succedeva. Ne strappò via una pagina bianca che nell’oscurità della chiesa luccicava di luce propria. Tirò fuori la sua penna a sfera consunta e scrisse sul foglietto il nome del papà del ragazzino.
“Ora, prendi questo foglietto e mettilo nella culla di Gesù”, disse il vecchio.
Il ragazzino lo prese e si avvicinò al presepe, la mamma lo aiutò sollevandolo e il ragazzino posò il foglietto sulla culla vuota.
“Ora metti Gesù al suo posto, proprio lì da dove lo hai preso, vedrai che il tuo papà sarà in buone mani…”
Il bambino, sempre aiutato dalla madre, prese il Bambin Gesù e lo poggiò delicatamente nella mangiatoia sopra al biglietto con il nome del papà.

Contemplando questa scena, al vecchio sembrò per un secondo che il suo Bambin Gesù sorridesse in un modo che non aveva mai notato prima.
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