"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Ogni giorno era quasi costretto a leggere la grande iscrizione che campeggiava sull’arcata della soglia del cimitero. Non ne capiva molto il senso, guardando quella distesa di lapidi, croci e tombe di famiglia del camposanto di cui era il custode da anni.
In mezzo alla morte ci lavorava e tutti i giorni doveva, in un modo o nell’altro, farne i conti. Quella frase proprio non la capiva, eppure quelle parole gli accarezzavano il cuore con un alito di speranza, soprattutto da quando la sua amata moglie se n’era andata e riposava anch’essa in quel cimitero. Tutti i giorni egli apriva e chiudeva il cancello, ne curava le siepi e gli alberi, controllando che i tristi lumini elettrici fossero a posto.
Spesso dedicava del tempo anche alle tombe che nessuno curava più, abbandonate dall’affetto e dalla memoria, tenendole pulite e arricchendole con i fiori del suo giardino che crescevano abbondanti.
Da ormai un anno la sua Irma riposava nella fredda terra e lui desiderava credere, nel profondo del suo cuore, che fosse viva da qualche parte, aspettandolo per un rinnovato ed eterno abbraccio. Perché mai non poteva essere possibile? Non aveva forse pensato all’inizio che non potesse nemmeno accadere che lei, così bella, si innamorasse di uno come lui? E invece era successo, senza che lui avesse fatto nulla di speciale, misteriosamente come un dono di cui sarebbe rimasto eternamente grato. Era mai possibile che tutto ciò che avevano vissuto insieme potesse svanire nel nulla?
"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”, quella domanda gli echeggiava nella mente ogni volta che restava in silenzio davanti alla tomba di sua moglie. Lui che non sapeva nemmeno pregare, così come invece Irma sapeva fare. Di fronte a qualsiasi avvenimento nella loro vita, lei pregava a volte ringraziando, altre volte implorando, ma comunque certa di essere ascoltata.
“Sei un testone, non vedi che da soli non siamo capaci di nulla? Che non ci doniamo neanche un istante?”, gli diceva accarezzandolo con una tenerezza infinita.
Fino all’ultimo istante in cui, mentre le teneva la mano, lei lo guardò, ormai sfinita dal male che l’aveva attanagliata in una morsa senza pietà.
“Ti aspetterò, ma non avere fretta di raggiungermi!”, gli sussurrò. Poi, donandogli un ultimo sorriso, aveva chiuso gli occhi per sempre.
Cominciò tutto quel giorno di fine inverno, quando le giornate cominciano ad allungarsi. L’aria si intiepidisce appena, senza tuttavia riuscire a sconfiggere la coltre di nebbia se non nelle ore più calde, quando il sole guerreggia più arditamente con la fredda umidità. Quel delicato calore risvegliava i colori dei fiori sulle tombe, accendendo il verde luminoso delle siepi, avvolgendo tutto nella coltre turchina del cielo, pervaso da un sentore di primavera.
"Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” In giornate come quella la domanda gli sembrava insaporirsi delicatamente di verità, anche se non ne capiva il motivo.
I visitatori erano sempre più rari, come se la morte fosse diventata ormai una vergogna da tacere.
Per questo notò subito la signora ancora giovane ed elegante che si mise in piedi di fronte ad una sepoltura recente. La donna chinò il capo, evidentemente per una preghiera e, dopo pochi istanti, brillò di un sorriso raggiante, mandando poi un bacio con la mano e andandosene velocemente.
Gli sembrò strano vedere un tale sorriso in quel luogo di morte e dolore. Pensò che a volte il dolore ferisce talmente da stravolgere così nel profondo, fino a far perdere ad alcuni il senso della realtà.
Tuttavia il giorno dopo la donna tornò e la scena si ripetè. Lui fece appena in tempo ad avvicinarsi incuriosito, riuscendo tuttavia a vedere in modo più chiaro il sorriso della donna. Ma anche questa volta lei se ne andò rapidamente.
Ormai era convinto: non si trattava di certo del sorriso di una persona sfigurata dal dolore. Sembrava invece avere l’espressione di una madre che guarda con tenerezza qualcuno che ama, davanti ai suoi occhi in quel momento.
Quello sguardo così semplice gli scaldava il cuore, a lui che era così abituato alle lacrime, le sue e quelle di coloro che visitavano i propri cari all’inizio con assiduità, per poi abbandonarli velocemente all’oblio.
Dopo che la donna se ne fu andata, si avvicinò curioso alla tomba e notò che sulla candida lapide non c’erano né una fotografia né una data ma solo un nome: Marco.
Forse era il figlio, forse il marito o il padre. Comunque era qualcuno che aveva amato profondamente. Quel suo sorriso raccontava una storia di amore irrefrenabile, di questo era certo.
Istintivamente gli venne da pensare alla sua Irma, scoprendosi assetato di una letizia come quella che aveva visto in quella donna. Era come quando sul volto di un bambino, disperato dal dolore, si disegna spontaneo ed improvviso un sorriso quando vede apparire la sua mamma in lontananza, così che dolore e gioia si abbracciano.
La terza volta che la donna arrivò, lui fece di tutto per farsi trovare nei paraggi, per non perdersi neanche una sfumatura di quello che sarebbe accaduto. Non sapeva nemmeno bene perché, ma voleva capire.
La scena fu sempre la stessa e ancora una volta vide illuminarsi il volto della donna in un sorriso generoso, aperto e sconfinato.
Quando si accorse che la signora stava per andarsene di nuovo in tutta fretta, egli si mosse d’istinto e le si avvicinò.
“Mi scusi, signora…”
La donna si voltò verso di lui sorpresa, come se la voce del custode arrivasse da un mondo lontano, fendendo il silenzio che saturava l’aria.
“Mi perdoni se la disturbo”, ribadì il custode.
“Prego, nessun disturbo”, rispose la donna senza mostrare il minimo fastidio.
“Volevo chiederle una cosa, se posso…”
“Prego, mi dica pure, non si faccia problemi…”
“Sono il custode del camposanto e non ho mai visto nessuno sorridere lietamente come fa lei davanti al dolore e alla morte…”
La donna si mostrò sorpresa e intimidita.
“Oh, non mi sono neanche resa conto, è così strano?”
“Le assicuro che lo è, almeno per me che lavoro qui e ci vengo tutti i giorni…”.
L’uomo, rassicurato dalla gentilezza della signora, prese ancora più coraggio e, quasi brutalmente, osò chiederle:
“Perché lo fa? Perché invece di piangere o restare in silenzio intristita lei sorride così, ogni volta, come se si trovasse di fronte ad una cosa bella…”
La donna mostrò un germe d’imbarazzo ma si riprese subito.
“Perché mio figlio mi ripeteva negli ultimi giorni della sua vita, mentre gli tenevo la mano, che non dovevo piangere, che lui era felice di aver vissuto ed era grato di avermi avuta come madre…”
La donna disse quelle parole senza tentennamenti, rivelando appena la sua fragilità in una leggera increspatura delle labbra.
“Non smettere di vivere - mi ripeteva - io sarò lì ad aspettarti”.
L’uomo istintivamente tornò alle parole che sua moglie Irma gli aveva detto prima di morire e sentì che, al contrario di quella donna, non aveva dato loro alcun credito.
La donna interruppe il flusso dei suoi pensieri per aggiungere:
“Ecco, quando vengo a pregare sulla tomba di mio figlio non posso non ricordare le sue parole che, misteriosamente, sento vere e mi riempiono il cuore di letizia. Il mio dolore non è di certo cancellato ma è trasfigurato da una pace che non mi spiego, ma che mi è impossibile rinnegare…”
L’uomo ascoltò le sue parole e nemmeno questa volta gli passò per la testa che la donna fosse invasata o stravolta dal dolore. Sentiva che rappresentavano una promessa anche per lui.
La giovane signora se ne andò ancora una volta frettolosamente, senza aggiungere parola e salutandolo solo con un cenno del capo. Dopo averla vista sparire nel labirinto di tombe, egli girò lo sguardo verso la distesa di lapidi. Sospirò profondamente quasi a voler assorbire, con un respiro colmo di desiderio, le parole di quella donna per farle diventare sue.
“Perché cercate fra i morti colui che è vivo”. Quella sera, uscendo dal camposanto, sollevò lo sguardo verso la grande scritta e sorrise.